Oltre alla magia della fiaba
Per tanti l’iconica storia di un burattino di legno che si fa bambino, la fiaba che tutti sanno. E quando si dice «tutti» s’intende proprio «tutti». Perché Pinocchio di Carlo Lorenzini detto Collodi ha raggiunto ogni più remoto angolo del mondo: sono 669 le traduzioni esistenti in 192 lingue e dialetti, prova di una capillarità nella diffusione forse senza pari. A voler andare a fondo però, oltre alla magia della fiaba, c’è altro. Ed è qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Lo sa bene la professoressa Daniela Marcheschi dal 2009 alla presidenza dell’Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, ente istituito con apposito decreto dall’allora Ministero per i beni e le attività culturali su iniziativa della «casa madre», la Fondazione Collodi. «Pinocchio – spiega la professoressa, che il prossimo 19 febbraio sarà alla San Giorgio in un incontro dal titolo Dal Pinocchio a Collodi, lontani dalle leggende – non invecchia mai perché è il grande simbolo dell’esperienza antropologica dell’essere umano proiettato nello spazio e nel tempo.
Dentro si ritrova tutto ciò che è fondamentale in questa stessa esperienza: l’incontro con il male e il bene, la morte, gli assassini in tutti i loro aspetti. Mangiafuoco è terribile, eppure si commuove alle parole di Pinocchio e gli dona gli zecchini; l’omino di burro è in apparenza mite e gentile, ma è una figura terribile che traffica in bambini; il direttore del circo come il contadino Giangio rappresentano la durezza del mondo. E poi la fame, la giustizia, l’amore del padre e il principio degli affetti coniugati con la disciplina dell’educazione incarnato dalla Fata dai capelli turchini. Tutti elementi che rendono Pinocchio traducibile e condivisibile ovunque». Tutto ciò accade perché, elemento centrale, Lorenzini è un maestro in quel suo farsi interprete della tradizione comico-umoristica, lui che è sì autore ma anche padre della caricatura letteraria. «La conclusione del Pinocchio non è quella che noi pensiamo secondo un’estetica realistica. Pinocchio – continua la presidente – diventa sì ‘per bene’, ma ‘per bene’ con il punto esclamativo e tre puntini di sospensione. Ecco che il Collodi narratore entra e irrompe con ironia accendendo spie linguistiche e lessicali che spostano il senso della lettura. In quel burattino diventato vero e ‘per bene’ che oggi guarda il pezzo di legno dall’alto al basso, c’è un bambino da irridere, c’è il simbolo di una classe sociale intera che Collodi prende di mira, lui come tutta quella serie di autori italiani irrequieti e insoddisfatti del proprio tempo. Il burattino Pinocchio è quindi il risultato di un attrito che si manifesta in modo attivo e non con una resa. Ed è un libro, Pinocchio, in cui l’esperienza dell’uomo Lorenzini confluisce intesa anche come re-visione della propria infanzia».
Non solo Pinocchio nella sterminata produzione di Lorenzini che ha generato altri capolavori per l’infanzia come «I racconti delle fate» e tutta quella serie di manuali per l’infanzia originalissimi e unici nel loro genere dove si scrive di relazioni e apprendimento, vita e scuola. Rimane nella storia anche «Un romanzo in vapore», guida storico-umoristica che Collodi scrive documentando un viaggio in treno da Firenze a Livorno che solleticherà gli interessi anche oltre confine, coi francesi a definirla uno dei libri più bizzarri mai pubblicati. «L’Edizione Nazionale – illustra ancora Marcheschi – lavora senza sosta a testi e fonti documentarie attribuibili a Carlo Lorenzini con una mole di contributi ricchissima, ma anche alla ricostruzione della rete delle sue relazioni. Utilissimo ci è risultato l’Archivio Ferdinando Martini dove abbiamo rintracciato tutta una serie di articoli giornalistici del Lorenzini che lui firmava con pseudonimi o non firmava affatto. Stiamo parlando di un vero patrimonio: tanti pensano che Collodi sia ‘solo’ Pinocchio, ma Collodi è molto di più, è un intellettuale di primo ordine. Scrisse per giornali come La Nazione, il Fanfulla, La Lente ed è spesso tagliente e incisivo nella sua satira. Sceglie di chiamarsi Collodi non tanto per ragioni sentimentali, ma come atto politico. Come colui che parla dal punto più umile d’Italia, allora rimasto ai margini della divisione territoriale tra Ducato di Lucca e Granducato di Toscana».
