Incontro con la scrittrice Elisabeth Åsbrink
Il primo incontro col pubblico italiano nel 2018. Al centro la storia, quella personale e familiare e quella che è il mondo stesso ad attraversare. “1947” è un titolo, ma anche l’anno che cambierà per sempre quelle sorti. E le racconta entrambe in uno stile trascinante, rigoroso e magnetico Elisabeth Åsbrink, scrittrice e giornalista svedese, che in Italia è arrivata grazie alla casa editrice indipendente Iperborea proprio nel 2018 con un primo titolo, “1947”, cui hanno fatto seguito poi altri tre libri, “Made in Sweden” (2021), “Abbandono” (2022) e “Il mio grande, bellissimo odio” (2025). Storie diverse ma che lasciano trasparire tutte un’accuratezza non comune, un’attenzione per le parole, i fatti e la verità che inchiodano alla lettura e che denotano una profonda consapevolezza del mondo. Pistoia Capitale Italiana del Libro l’avrà ospite il prossimo 21 marzo, in un incontro promosso dal Consolato onorario di Svezia per la Toscana. Un’occasione imperdibile per discorrere di libri, di storie, di noi, respirando atmosfere nordiche.
Åsbrink, com’è nato l’incontro con Iperborea?
«È iniziato con la pubblicazione di “1947”, un libro che è stato pubblicato circa in venticinque paesi. I lettori italiani hanno capito immediatamente qual era il messaggio e anche la forma che ho usato per veicolarlo – IN PROGRAMMA il mosaico, una narrazione frammentata della storia, per me più veritiero rispetto alla costruzione di una lunga narrazione epica. Oltre a questo, in Iperborea ho trovato un team di persone leali, accoglienti, dei lettori sensibili. Sono grata che il mio lavoro sia nelle loro mani».
Storia e sociale, coraggio anche e una determinata ricerca della verità, anche se scomoda. Quanto essere giornalista ha influenzato il suo essere scrittrice?
«I miei libri si basano su fatti verificati e verificabili, ma 7 l’approccio che uso è poetico, nella convinzione che la verità la si può raggiungere in molti modi. Inoltre ciò di cui scrivo fa capo a situazioni ambivalenti, spesso contraddittorie, la cui verità può non essere una sola… Gli esseri umani e le relazioni tra loro sono pieni di contraddizioni. È ciò che li rende affascinanti».
Lo scorso anno uno dei ‘prodotti nordici’ più noti, Pippi Calzelunghe, ha compiuto ottant’anni. Che rapporto ha con questo libro, quali i suoi punti di forza?
«Pippi ha accompagnato a lungo la mia infanzia e all’epoca anche quella dei miei figli. Ero quel tipo di bambina che vuole in ogni modo accontentare gli adulti, per questo l’incontro con Pippi è stato scioccante e meraviglioso insieme. Ricordo che da piccola ogni qualvolta usciva un film di Pippi Calzelunghe mi precipitavo al cinema: era pieno di bambini, urlavamo tutti, applaudivamo entusiasti nelle scene in cui lei solleva il cavallo e poi i poliziotti… un modello antiautoritario necessario!».
Ha mai pensato di scrivere libri per bambini?
«Alcuni dei miei libri sono usati dagli insegnanti per spiegare la storia della Svezia, l’Olocausto o il razzismo americano (ne scrivo in “Gloria”, il prossimo libro che uscirà per Iperborea) e ogni volta che incontro gli studenti sono così ispirata che non escludo un giorno di poter scrivere per loro».
“Il mio grande, bellissimo odio” è un invito a (ri)scorpire Victoria Benedictsson. Perché tanti anni di sonno profondo?
«Victoria Benedictsson ha un destino così ricco e ambivalente che le persone l’hanno usata per dimostrare le loro ragioni anziché scoprirla per il suo valore. La prima e sua principale biografia risalente al 1949 sostiene che lei fosse una ‘donna innaturale’. Poi è stata assunta a modello femminista negli anni ’70, senza realmente essere una femminista come si è poi visto più tardi. Ciò che lei desiderava era essere libera dalla prigione dell’esser donna. Voleva istruirsi, era orgogliosa della propria intelligenza, voleva vivere della sua scrittura. Per questo si è trasformata in uomo, per essere libera. Ma quando poi si è innamorata ha dovuto tornare ad essere donna e tutto questo lo descrive nei suoi appunti privati. È stata un’autrice straordinaria ma complessa. E non credo che i biografi precedenti l’abbiano apprezzata in questa sua complessità. Hanno solo voluto adattarla alle loro idee precostituite su ciò che una donna è e dovrebbe essere».
A proposito di autori italiani: qualche sua lettura del cuore?
«Adoro Elsa Morante. E Primo Levi: l’ho letto intensamente per anni».
Che stagione vive la letteratura scandinava e nordica in genere?
«Si sta accartocciando su sé stessa. Le persone vogliono leggere solo storie che le riguardano: la classe media vuole leggere di classe media, gli uomini di uomini, le donne di donne. Spero che tutto questo possa cambiare».
E il suo Paese? È un buon posto in cui vivere come da quaggiù ci sembra?
«Per certi versi lo è. Essere donna in molti altri paesi, ad esempio, non credo mi piacerebbe. Per altri aspetti no: in Svezia ci sono persone molto ricche e persone molto povere. L’uguaglianza economica è un sogno lontano».
È mai stata in Toscana e se sì che somiglianze, se ci sono, riscontra con la Svezia?
«Ci sono stata, ma non posso dire di trovare somiglianze. Mio nonno è nato a Salonicco, Grecia, mio padre a Budapest: preferisco il calore della Toscana al lungo e freddo inverno della Scandinavia. E poi il cibo, il vino, l’arte. Niente è paragonabile!».
