Un libro e uno spettacolo teatrale per parlare di fisica di vita
Datele uno strumento comunicativo e lei lo userà per far centro, puntuale ogni volta. Che sia la sua voce, la sua presenza su un palco o la sua capacità di scrittura, il messaggio di Gabriella Greison arriva ed è potente. Il che appare sorprendente pensando alla materia che Greison maneggia, la fisica. Qualcosa cioè di non esattamente comprensibile a tutti. Eppure accade qualcosa che sovverte gli ordini, smonta le convinzioni. E finisce per farci familiarizzare con la fisica. Con “La lunghezza d’onda della felicità” (Mondadori, 2026) Gabriella Greison – fisica, scrittrice, conduttrice, divulgatrice scientifica, speaker, tra le 100 donne di successo del 2024 secondo Forbes Italia – raggiunge quota quattordici libri. Tanti ne ha scritti, ogni volta mettendo insieme la storia e la fisica coi suoi luminari più incisivi, consegnando al lettore non solo una bussola per orientarsi ma anche una storia cui ispirarsi e a partire dalla quale motivarsi intimamente. Accadrà anche al Teatro Bolognini di Pistoia, 19 marzo, con una letturaspettacolo proprio a partire dall’ultimo libro.
Non più materia da manuale, la fisica diventa una storia. Perché umanizzarla?
«La fisica è già una storia, solo che per troppo tempo l’abbiamo raccontata ignorando gli esseri umani. Dietro ogni equazione c’è qualcuno che ha dubitato, sbagliato, insistito, amato, perso tempo e sonno. Umanizzare la fisica non è semplificarla, ma restituirle il suo contesto vitale: i conflitti, le ossessioni, il coraggio di chi ha guardato l’ignoto e ha deciso di restare lì a lungo. La narrazione è uno strumento cognitivo potentissimo: ci permette di capire perché una scoperta è nata. Sedersi in poltrona con un libro di fisica significa rimettere il lettore dentro il processo della scoperta, non davanti a un risultato. E quando capisci il percorso, la fisica smette di fare paura e torna a fare quello per cui è nata: interrogare la realtà. E noi stessi».
Ne “La lunghezza d’onda della felicità” si fa di più: s’imparenta la fisica con l’emozione. Sempre che ci sia, si arriva a una conclusione?
«Più che a una conclusione, sono arrivata a una postura. La fisica quantistica insegna che non tutto converge, che molte cose restano aperte, oscillanti. La felicità funziona allo stesso modo: non è uno stato finale, ma un regime dinamico, una frequenza. In “La lunghezza d’onda della felicità” non propongo una formula emotiva, ma uno sguardo fisico sull’esperienza umana: ciò che ci fa stare bene non è l’assenza di perturbazioni, bensì la capacità di entrare in risonanza con ciò che accade. Come in fisica, anche nella vita non si tratta di eliminare il rumore, ma di capire a quale frequenza vibriamo. Nessuna finitezza, ma un continuo riassestarsi, un cambiare lunghezza d’onda senza sparire. La conclusione più onesta che la fisica possa suggerire quando parla di emozioni».
I suoi libri sono diventati dei longseller. La sorprende?
«In parte sì. Nessuno di questi è nato per inseguire una tendenza. Sono nati tutti dalla stessa urgenza: raccontare la fisica come qualcosa che riguarda la vita. Il fatto che siano diventati longseller mi dice che il cambiamento è profondo. Evidentemente c’era un bisogno latente di un altro linguaggio, di un approccio meno intimidatorio e più onesto, che non separasse il rigore scientifico dall’esperienza umana. È cambiato il modo in cui le persone vogliono entrare in relazione con la fisica».
Al di là delle teorie da addetti ai lavori, come la fisica ha cambiato il suo approccio al quotidiano?
«Ho imparato a diffidare delle certezze rigide e ad avere fiducia nei processi. Nel quotidiano questo significa accettare che non tutto sia immediatamente chiaro, che alcune decisioni abbiano bisogno di tempo, che l’indeterminazione non sia un difetto ma una condizione naturale. Vivo con più attenzione alle relazioni tra le cose: nulla è isolato, ogni gesto produce effetti. E soprattutto ho imparato che il cambiamento non è una sconfitta della coerenza, ma la sua forma più profonda. Come in fisica, anche nella vita ci si trasforma. Questo sguardo rende il quotidiano meno ansioso e più curioso. Non cerco di controllare tutto, ma di capire dove sono, quale direzione vale la pena esplorare».
Ribelli o rock, sembra che alle donne nella scienza o protagoniste nel cambiamento per riuscire sia richiesta una certa aggressività. Mostrare gli artigli è l’unica strada?
«È una trappola narrativa. Per molto tempo alle donne che entravano in territori considerati “non loro” è stato chiesto di indossare un’armatura: essere più dure, più rumorose. Era l’unico modo per essere viste. Oggi la vera forma di rottura è un’altra. Non l’aggressività, ma l’autorevolezza. Occupare lo spazio con competenza, visione e continuità. La scienza non ha bisogno di posture belliche ma di tempo lungo, precisione, libertà intellettuale. Essere “ribelli” non significa urlare di più, ma rifiutare i modelli che ci vengono imposti, anche quelli travestiti da forza».
Libri imperdibili che raccontano scientificamente il mondo?
«Ne sceglierei alcuni che non spiegano solo come funziona il mondo, ma come abbiamo imparato a guardarlo. “Il senso delle cose” di Richard Feynman, non un manuale ma un invito alla curiosità radicale; “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn fondamentale per capire che la scienza non avanza in linea retta, ma per salti, crisi, cambi di paradigma. Vale anche per la società. Sono libri che allenano a fare le domande giuste. E oggi questa è la competenza scientifica più urgente».
