Scrivere di cultura oltre le mode
Ditelo a chi li vorrebbe imporre o sottoporre a continua autopsia, non ditelo invece a chi quest’assunto ce l’ha ben chiaro. Come Snaporaz, non un blog né un salotto o un influencer, ma una testata giornalistica che quattro anni fa o quasi s’è intestata un’impresa che sulle prime (e anche sulle seconde, per dire il vero) avrebbe potuto apparire folle: parlare e soprattutto scrivere di cultura. E farlo con tutti i crismi e il rispetto dovuti a un lettore che possa definirsi “lettore vero”. Lo farà anche nel contesto di Pistoia Capitale del Libro il 30 e 31 ottobre prossimi con momenti laboratoriali di scrittura che si muoveranno tra la Biblioteca San Giorgio e la città, come racconta il direttore editoriale Filippo D’Angelo.
Che contributo porterà Snaporaz al contesto di Pistoia Capitale Italiana del Libro?
«Con il direttore Simonetti abbiamo pensato di portare le competenze della rete dei nostri collaboratori che sono poi alcuni degli scrittori più importanti in Italia come Walter Siti o Giulio Mozzi, come Guido Mazzoni o Gilda Policastro per la poesia italiana contemporanea, più Fausto Paravidino con la performance a partire da ‘La leggenda del santo bevitore’ di Joseph Roth. E poi i contenuti, con ‘Il libro è in vita’, un momento pensato per trasmettere un’immagine viva del libro, lontana da chi lo tratta come mercanzia. Alcuni contributi serviranno per mostrare in cosa un classico resta vivo, altri per parlare di scrittura che si confronta con il corpo, di autobiografia tra vita vissuta e sua trasformazione attraverso
l’invenzione narrativa. Ci sarà poi il corso di scrittura con Mozzi e Palpati, anche questo basato sull’esperienza viva delle cose, contro l’abitudine e la pigrizia dello sguardo. Paravidino sarà culmine e conclusione della nostra presenza a Pistoia, trasformandosi lui stesso in uomo libro. Un esercizio non solo mnemonico ma di vera introiezione dell’anima del libro».
Libri, un ambito che ancora Snaporaz non ha esplorato. Avete mai pensato a farvi editori e pubblicare titoli?
«Ci abbiamo pensato e non escludo che possa succedere un giorno. In questi quasi quattro anni di vita abbiamo compiuto un lavoro grosso di selezione anche di giovani autori. Nuove e interessanti voci che pubblichiamo attraverso i loro racconti, perché Snaporaz non pubblica solo critica. Ecco, queste voci faticano a trovare uno spazio nell’editoria italiana sempre più orientata verso il mercato e il mainstream. La vocazione ce l’abbiamo, è la struttura che ci manca. In futuro? Perché no».
Se già vendere libri è coraggioso, ancora di più sembra esserlo scrivere di cultura come fa Snaporaz. Siete ancora dell’idea che la vostra sia una “pratica estrema”?
«La chiamerei arte marziale. Ma essere ancora qua è la prova che i lettori veri ed esigenti esistono. E che più siamo esigenti noi per primi e più contenti sono loro. Che questo sia un pubblico di nicchia non è poi neppure vero. È solo un pubblico scarsamente rappresentato, che molto proviene dall’ambito culturale ma non necessariamente e che certamente sceglie di non farsi condizionare dal marketing imperante e invadente, ma che ancora legge in modalità ‘antica’. Un altro capitolo ancora quello del marketing. Mica in tutti i paesi succede come in Italia. Cercare di adescare lettori con contenuti e cose che poco o niente hanno a che fare con la cultura è un grande errore. La logica del purché si venda è sbagliata. È il valore che si dà alla cultura che conta».
Non sarà mica un po’ snob, Snaporaz?
«Nel mondo della lettura c’è giustamente spazio per tutti. Ciò che è sbagliato è far finta che certi libri o contenuti culturali siano ciò che in realtà non sono. Snaporaz non fa altro che concentrarsi sulle forme di lettura e di scrittura un po’ più esigenti che non si arrendono a una dimensione che ha dimenticato le proprie fondamenta culturali. Non si può prescindere, ad esempio, da chi è venuto prima. Snaporaz c’è ed esiste per dire che non tutto è uguale».
Scendere tra la gente e non essere solo digitali è un’esigenza venuta dopo il vostro battesimo?
«L’abbiamo avuta chiara sin da subito, arrivando poi progressivamente a incrementare l’aspetto live. Essere tridimensionalmente nello spazio in cui viviamo è importante. Così incontriamo i nostri lettori esistenti o potenziali, così dimostriamo che l’approccio alla cultura di Snaporaz può avere anche una sua efficacia nella dimensione dello scambio di persona e nell’oralità, non solo nella parola scritta. Poi la dimensione performativa, che ci consente di aggiungere una componente artistica a ciò che facciamo. Creare è una cosa bella, dà sollievo».
Quanto si fa fatica ad essere Snaporaz?
«Parecchia, perché per fare il lavoro che facciamo servirebbero diverse braccia in più. Certo c’è un vantaggio: che si chiama assoluta indipendenza e libertà».
