Da una lite in auto al Premio Campiello Junior 

A volte le storie nascono in un modo casuale. Per esempio in auto, seduti dietro due bambini nel bel mezzo di una lite, al volante un padre che ha solo voglia che quell’incendio verbale si spenga. E allora comincia a raccontare attingendo a un mondo proprio e un altro inventato. E funziona, quella lite si seda: «Adelmo voleva essere Settimo perché i sei fratelli nati prima di lui…». Daniele Mencarelli ci ha creduto e Mondadori, che quella storia l’ha trasformata in libro, con lui. E allora comincia un’altra storia, quella diventata nota a tutti con il conferimento nei mesi scorsi a Mencarelli del quinto Premio Campiello Junior fascia 11-14 anni. Segno che quell’Adelmo ha funzionato ben oltre l’abitacolo di quella macchina. Libro e autore saranno a Pistoia il 16 ottobre prossimo in un incontro condotto dalla editor e formatrice Ilaria Tagliaferri. È con Mencarelli che parliamo di storie, letture, responsabilità. 

Il Campiello non è che l’ultimo riconoscimento che le viene assegnato: che rapporto ha con i premi? E che responsabilità sente, sapendo che a votarla è stata una giuria di giovani? 

«Sarei ipocrita se dicessi che questi premi nel mio percorso non sono stati importanti. In un mercato editoriale così saturo, con un’offerta così bulimica, essere destinatario di un premio riconosce al tuo libro un valore che gli consente di non finire fagocitato. Il tema è, esattamente, quello della responsabilità. Anche dal punto di vista del pubblico. Molti dei miei lettori sono giovani, molti dei miei lettori leggono i miei libri alla stessa maniera in cui ne ho letti io alla loro età, finendo per farli diventare ‘cromosomici’. Libri cioè che sono diventati decisivi per l’allenamento della persona rispetto al proprio sguardo e alla propria esistenza. E questa sì che è responsabilità». 

“Adelmo che voleva essere settimo” è il risultato di una storia che lei stesso ha raccontato ai suoi figli. Quando ha deciso di farla diventare libro?

«Questo libro è la prova provata che puoi stare lì a tentare di teorizzare le dinamiche che portano alla nascita di un romanzo, ma alla fine quello che conta davvero sono la tensione e l’attenzione che mettiamo nel momento in cui offriamo una storia a un altro umano. Cito spesso il poeta dialettale Franco Loi. Diceva: la poesia è una richiesta di ascolto. Ecco, anche raccontare una storia lo è. Forse per eccellenza. Dopo arriva l’intuito che ti consente di capire che dentro una storia, nata per motivazioni piccole – tenere buoni bimbi in auto –, può esserci qualcosa di grande per tutti». 

Anche in questo come in altri suoi libri, c’è l’elemento autobiografico. Quanto è imprescindibile per lei attingere a quel mondo? 

«Credo che un autore che si approccia alla scrittura non possa prescindere dal vissuto. Anche inconsapevolmente. Cito spesso le neuroscienze: tutto quello che noi facciamo in qualche maniera riverbera in modo imperscrutabile qualcosa che per noi è stato importante. Ciò che conta poi alla fine è che ciò che lo scrittore offre diventi importante per qualcun altro. Per quel che riguarda me, con la realtà ci gioco. Ed è un gioco palese ed esplicito. Ognuno ha un debito col proprio vissuto». 

Quanto sono state importanti le storie per lei da bambino? Quanto l’oralità in genere? 

«Nella mia memoria conservo un paio di esempi. Il primo: La piccola fiammiferaia. Una storia piccola, forse banale, il racconto di un mondo che aspirava a trasferire in termini di educazione la rappresentazione della povertà. Qualcosa che oggi faticherebbe non poco a trovar spazio di narrazione. Eppure quella tragedia ha elementi di grande rilevanza sociale. Poi l’oralità, appunto. Da parte di mamma la mia famiglia è romana da generazioni. E in quel passato c’è tutto un patrimonio di aneddoti, storie anche teatrali e atroci se vuoi che sono però cardine importante del mio passato, un pilastro della mia infanzia». 

Questo è l’anno dei debutti: oltre ad “Adelmo”, primo per la narrativa ragazzi, è uscito anche “Quattro presunti familiari”, noir per Sellerio. È desiderio di sperimentare il suo? 

«In realtà, sia per l’uno sia per l’altro, si tratta di libri scaturiti da una reazione a fatti reali. Poi interviene l’officina dello scrittore, con l’aggiunta di elementi quali passione per la scrittura e divertimento. Che è poi lo stesso percorso che sta portando alla nascita del mio secondo libro per ragazzi: si chiama “Aurora e Barracuda” e uscirà sempre per Mondadori nel 2027. Con “Tutto chiede salvezza” ho incontrato più di 150mila ragazzi, con Adelmo proseguo in questa condivisione con un pubblico ancora più giovane: è a quel rapporto che tendo e lo ritengo un privilegio poter parlare con loro. E poi perché ho storie che credo giuste per quell’età. Così come ho altre storie per il noir o post noir. Anche se per me non esistono generi». 

La poesia è stato il suo primo approccio alla scrittura. È rimasta un fatto privato? 

«C’è una parte di me che da anni lavora a un libro di poesie che mai ho iniziato né so se mai inizierò. Scrivere in quel metro e in versi è per me una forma mentale. Io continuo a correggere e arricchire quel libro immaginato, la poesia resta la mia prima lingua. E, chissà, magari anche l’ultima».