Il ricordo di Oriana Fallaci nel libro di Riccardo Nencini
Scomoda, spesso divisiva. Ma più di ogni altra cosa libera. E fa paura la libertà quand’è coi potenti che hai a che fare. Lo sapeva, Oriana Fallaci, eppure a quella libertà c’è rimasta aggrappata sempre, anche quando vento e corrente avrebbero impedito qualsiasi coraggiosa navigazione. Sono vent’anni che la voce della giornalista fiorentina si è silenziata per sempre. E qualcosa ha continuato a restare in un cassetto, in attesa di nuova narrazione. La penna in mano l’ha presa Riccardo Nencini, confezionando infine il libro “Mai stanca di vivere” (Mondadori, 2026) che parla proprio dell’amica Oriana. E non quella di cui già aveva scritto in passato (in “Morirò in piedi”, ne “Il fuoco dentro” e “A Firenze con Oriana Fallaci”), ma di una Oriana per certi aspetti inedita. Il libro, fresco di stampa nei primi giorni di aprile, sarà alla San Giorgio il prossimo 29 aprile. Di Oriana Fallaci molto si è detto, dibattuto, argomentato. Ciò che oltre ogni personale giudizio di lei può esser detto è che senza dubbio è stata la giornalista più autorevole e controversa del secolo scorso. Nata a Firenze nel 1929 esordì giovanissima come giornalista, i primi passi per Epoca negli anni Cinquanta, poi a L’Europeo. Diventa la prima corrispondente di guerra donna, facendosi voce del conflitto in Vietnam. La storia è passata dalla sua penna più e più volte, consegnando all’eternità articoli e servizi che ancora oggi fanno discutere. New York fu una delle sue case e fu da qui che consegnò uno dei pezzi più noti sotto il titolo “La rabbia e l’orgoglio”. Sentita vicina la fine, Oriana Fallaci tornò a Firenze e qui morì, settembre 2006.
Riccardo Nencini, cosa c’era da dire di Oriana Fallaci che ancora non era stato detto?
«Il mio rapporto con Oriana è stato lungo e negli ultimi anni della sua vita confidenziale. E non solo su valutazioni più prettamente letterarie, ma anche a proposito del nostro lato umano reciproco. Questi cinque anni tra il 2001 e il 2006 sono stati oggetto da parte mia di un racconto solo parziale in “Morirò in piedi”. Non era giusto né opportuno in quel momento mettere in piazza quelle confidenze. A venti anni dalla morte, quando la cronaca è ormai storia allora è possibile parlarne con la giusta distanza. è l’atteggiamento che molti oggi stanno assumendo nei suoi confronti. Il tumulto di allora diventa valutazione oggettiva. Allora il tempo è maturo per raccontare anche cose inedite. “Mai stanca di vivere” restituisce un’immagine di Oriana che guarda alla profondità del suo carattere. E che raccoglie anche pezzi di verità storica spesso non riconosciuti come tali. In pochi, ad esempio, le credettero quando raccontò d’esser stata staffetta partigiana. Persino l’associazione dei partigiani a Firenze la contestò. Ebbene, documenti mai raccontati prima d’ora testimoniano che sì, lei fu staffetta partigiana e il suo, ancorché giovanissima, fu un ruolo importante tra il ’43 e il ‘45».
Non creduta e anche timidamente celebrata fino ad oggi. Perché?
«Perché era una donna, in prima battuta. Una rarità nelle redazioni dei giornali in quegli anni. A questo va aggiunto un certo provincialismo fiorentino che forse non tollerava che fosse una donna a diventare inviata di guerra. Con la sua scrittura rivendica e costruisce un pezzo di storia del giornalismo femminile, come ricordò per prima Lucia Annunziata e come altri oggi riconoscono. Infine un aspetto: era libera. Criticata da destra e amata da sinistra quando scrive “Niente e così sia”, attaccata da ogni schieramento con “Lettera a un bambino mai nato”. Un aspetto questo che la faceva profondamente incupire per non dire infuriare: voleva che nessuno usasse il suo pensiero a scopi politici. La verità è che lei era così, anarco-libertaria, un animo profondamente liberal socialista. Libera nel dire e nello scrivere, penna cruda e acuta».
“L’Europa è rammollita”, diceva Fallaci: più di vent’anni da quell’affermazione eppure sul tavolo si dibattono le stesse questioni…
«A quelle parole seguì un attacco corale da mezzo mondo. Beh, credo avesse ragione lei. Mentre sul destino islamizzato del Vecchio Continente si era totalmente sbagliata, la storia gli ha dato torto. L’argomento fu tra noi motivo di accesa discussione. Ma non c’è dubbio che Oriana avesse già intravisto i segni di un’Europa che rinunciava ai propri valori, risultando quasi profetica. Tutti i grandi eventi della storia fino alla fine del secolo scorso sono stati interpretati o preceduti dalla cultura europea. Tutti. Penso alla grande rivoluzione industriale inglese, con Dostoevskij e Dickens che ne parlano, o al primo Novecento con l’anticipazione della guerra in Sorel e Nietzsche. Così avanti fino alla caduta del muro di Berlino, con Dahrendorf ultimo grande lettore e anticipatore di ciò che sarebbe venuto dopo. Oggi quelle visioni culturale e politica europee sono assenti».
C’è qualcosa che le istituzioni o chi per loro dovrebbero o potrebbero fare per rendere il giusto tributo a Oriana Fallaci?
«Semplicemente riconoscerne il valore di scrittrice. È un dato: Oriana è ancora la scrittrice italiana più venduta nel mondo. Un grande critico letterario come Geno Pampaloni ha definito lo stile e il sistema di scrittura di Oriana perfetti. Lei ha tutte le carte in regola per essere inserita nel novero dei grandi scrittori mondiali».
