C’era qualcosa che mancava ancora a quel racconto senza tempo che è Pinocchio: una sua versione a fumetti. Oggi c’è un nuovo “libro giocattolo” che supera quest’ultimo vuoto e consegna all’eternità delle stampe più che un libro (e ancor meno un “giocattolo”, ma vedremo più tardi in che accezione s’intende tale) un vero prodotto d’arte, il risultato di una gestazione lunghissima durata probabilmente e senza esagerare dieci anni per l’artista fortemarmino Carlo Alberto Vanalesta, 87 anni.
Un nome legato per molti principalmente alla realizzazione di vetrate policrome oggi visibili, per dirne una, nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, ma anche nello stesso parco di Pinocchio a Collodi e che si è prestato all’illustrazione di questo libro gioiello che in effetti qualche rimando a quell’arte sapiente delle vetrate ce l’ha davvero. È già dalla copertina infatti che si ha come l’impressione di affacciarsi a una finestra dai mille colori, un invito a scorgere il bello che c’è al di là del vetro per immergersi nelle parole del Lorenzini e nei disegni del Vanalesta. Duecento anni che Collodi è nato, qualcosa meno di centocinquant’anni da quando il Pinocchio è uscito per la prima volta a puntate, eppure il piglio di quella fiaba è ancora capace di solleticare le fantasie e le creatività di artisti, uomini e donne della cultura in genere. Così come Vanalesta che tante delle versioni esistenti di Pinocchio uscite negli anni le possiede tutte, affamato collezionista di una storia che ammalia il mondo da decenni. Edito da Fiorenza Editore, il libro, la cui prefazione è scritta dal presidente della Regione Eugenio Giani, sarà presentato proprio in questo mese di giugno nel contesto di Pistoia Capitale Italiana del Libro, che al burattino più famoso di sempre ha reso omaggio nel logo che la rappresenta. «Questo libro – dice Vanalesta – è un tributo a una passione che ho, quella per Pinocchio, ma è anche il regalo di un nonno alla propria nipote.
La fatina che io tratteggio nel mio libro è lei, Gaia, mia nipote, cerebrolesa. Dentro ci sono le passeggiate che faccio con lei sul pontile di Forte dei Marmi, il mio continuo esortarla e ricordarle che lei è la mia stella luminosa. A lei con questo libro io dico: ‘Amore caro, il tuo nonno ti aiuterà per sempre a rimanere nella favola’. Al mondo io voglio dire che la fatina dai capelli turchini non più anonima e di questo a ogni presentazione io parlo con grande affetto ed emozione». Il lavoro che ha condotto a questo risultato finale è stato lungo, certosino e appassionato. «La prima cosa che feci quando maturò l’idea di realizzarlo – ricorda Vanalesta – fu andare a Collodi, capire con la Fondazione fino a che punto avrei potuto spingermi. Ho letto ogni singola pagina del libro con un’attenzione maniacale, ho preso nota di ogni più piccolo dettaglio per poterlo restituire sottoforma di disegno. Ne è uscito un fascicolo che era un po’ il mio canovaccio. Il disegno era già nella mia testa, prima in bianco e nero e poi a colori, e infine l’aggiunta delle parole e dei fumetti. Trentasei capitoli che hanno affollato le mie notti. Sempre con passione, mai con sacrificio». Quanto al “libro giocattolo”: al suo interno ci sono dei pallini colorati che consentono a tutti i bambini, compresi i più piccoli o quelli che hanno difficoltà a leggere, di seguire la storia. Ma è anche un libro solidale, dal momento che il 5% di quanto incassato dalla vendita del libro andrà ad associazioni che aiutano le persone affette da malattie cerebrali come Gaia, la nipote di Carlo Alberto.
La presentazione pistoiese sarà poi anche un’occasione per riavvolgere il nastro del tempo e fare un salto al 1972, quando il grande regista Luigi Comencini realizzava lo sceneggiato “Le avventure di Pinocchio”. Allora a interpretare i panni del burattino di legno c’era un bambino di nome Andrea Balestri: ci sarà anche lui ad arricchire la giornata con Vanalesta. «Comencini cercava un bambino toscano e mandò due fotografi a fare foto a tutti i bimbi delle scuole elementari toscane, collezionandone alla fine più di tremila – ricorda Balestri -. Fui selezionato e chiamato a Roma. Eravamo sette bambini. Il regista chiese chi avesse il coraggio di rompere uno dei suoi quadri lì presenti con un martello. Tutti si tirarono indietro, io invece lo feci senza esitazione. Ero biondo, magrino, con l’occhio vispo e anche birbone: ero il Pinocchio perfetto». Quei giorni sul set Andrea non li ha dimenticati, anche perché furono l’occasione di stare al fianco di attori di grande spessore. «Furono giorni particolari: ero un bambino, non sapevo cosa sarebbe successo. Poi passando i giorni mi inserii, conobbi tutti, in particolare gli attrezzisti che mi facevano sembrare tutto un bellissimo gioco. Ingrassia, Franchi, De Sica, Manfredi: tutti si relazionavano con me come persone, non come attori. Ricordo che Ciccio Ingrassia mi raccontava le barzellette per farmi stare sveglio quando dovevamo girare nel cuore della notte.
Quanto a Comencini, lui per me è stato un babbo vero. C’era grande affetto tra di noi e ancora lo ricordo. Non poteva essere altrimenti, sentirsi a casa in quel contesto: le riprese durarono ben otto mesi, io andavo via da casa il lunedì e tornavo il venerdì. Fui motivo d’orgoglio per la mia famiglia ma anche per tutto il mio rione. Abitavo a Pisa, rione Cep. Era un quartiere popolato da operai, gente semplice. Per tutti io ero ‘uno del Cep che ce l’aveva fatta’». Dopo il Pinocchio di Comencini per Balestri sono arrivati altri film in tv, una scia di successo che è durata fino ai due anni dopo l’uscita dello sceneggiato. «Poi ho inciso quattro dischi, ho fatto un fotoromanzo, delle pubblicità – ricorda ancora lui -. Sono stati anni pieni di divertimento e bei ricordi. Oggi ho 62 anni e dal 2011 ho una compagni di teatro di dilettanti con la quale abbiamo realizzato tre commedie, l’ultima ‘L’Abc di Pinocchio’. C’è poi anche un’associazione culturale no profit e ‘Pinocchio racconta Pinocchio’, omaggio al regista e al cast di quel lavoro».
