C’è la Storia. E poi ci sono le storie. Piccoli asterischi nella mappa generale del tempo che tracciano un altro disegno. Più personale. Ma che, pur nella loro individualità, aiutano a inquadrare un contesto, entrarci dentro, smembrarlo alla ricerca di un perché. E un asterisco lo è stato anche Luigi Contu. È il 1944, siamo in Val Brembana. Contu è un fascista convinto, mandato nella bergamasca per dirigere un ufficio del ministero dell’Agricoltura della Repubblica sociale italiana. Ciò che accade da quel rigido inverno alla Liberazione è la storia di un uomo fedele al suo credo politico, mai pentito, eppure umano in quel mare di violenza che si scatenò nella Valle: sua la mano che salvò da fucilazione sicura dei partigiani, quegli stessi che più tardi lo avrebbero ricambiato salvandolo a loro volta. Poi c’è un altro Luigi Contu, di quell’omonimo suo pronipote, da tempo direttore dell’agenzia di stampa più autorevole, l’Ansa, che a partire dalle memorie rinvenute in un vecchio diario ha dato alle stampe per Solferino “Domani sarà tardi”. Contu sarà a Pistoia per raccontare questo pezzo di sé, lo studio e la ricerca diventate infine libro tra drammi personali e familiari e scossoni di un’epoca cruciale per la definizione del nostro oggi. La storia inizia quando esce il suo “I libri si sentono soli” per La Nave di Teseo, storia di un’eredità che le è capitata, la biblioteca di famiglia: cosa c’è in quel forziere di libri? «Ci sono tutti i lavori che mio nonno ha accumulato nel corso degli anni, tutti i libri dei suoi amici autori. Un viaggio da Ungaretti a Montale, l’inizio del Novecento e fino alla fine della guerra. Libri sì, ma anche riviste letterarie italiane, di poesia, di letteratura internazionale, bozze, lettere e corrispondenze. Tutto ciò che il nonno acquistava e produceva come editore. Una buona parte di questo materiale è custodito al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia».
Chi era per lei Luigi Contu prima della scoperta di quel diario e chi è diventato dopo quella lettura? «Era un prozio molto alla lontana, conosciuto molto poco. Della sua rocambolesca vita non sapevo nulla, se non che fosse fascista. Come mio nonno. Tant’è che a una prima lettura di quel diario è stato naturale pensare che chi aveva scritto quelle parole fosse stato lui. Poi sono riuscito a mettere a fuoco e ho capito. Mi ha molto colpito quella lettura, nella realtà molto più stringata rispetto al libro che ho scritto dove c’è molta fiction. Ma il diario mio zio lo tenne davvero e veri sono anche i riferimenti al paese, al ruolo avuto nel partito, alle amicizie coi partigiani. Quella storia succinta è diventata altro: ho cominciato a studiare il passato di quei luoghi, ho parlato con le persone del posto, ho consultato giornali e archivi e sono entrato in un microclima terribile di stragi reciproche. È emersa nonostante tanta violenza un’umanità che mi ha spinto a scrivere». “Volevo capire, non giustificare”, lei dice spesso a proposito del libro. Ha mai avuto timore di poter essere male interpretato offrendo un pezzo scomodo di storia della sua famiglia? «Fino alla fine sono stato indeciso se pubblicare o no. Poi ho pensato che si trattasse di una testimonianza utile per cercare di capire cosa abitasse la testa di questi ragazzi così estremi. Essendo stato quello un periodo particolarmente incisivo sulla nostra storia ed essendo opportuno continuare a studiare e indagare, vedere dalla loro prospettiva poteva essere un contributo. È iniziata così la lettura di molti diari, come quelli di Mazzantini. In quegli anni dicevano solo: ‘Siamo nati con la Marcia su Roma, per noi la vita vera era quella’. Il libro vuole ammonire anche, farci capire quanto sia pericoloso aderire una ideologia tout court senza spirito critico». Cronaca dei fatti per come sono andati, ma anche il libero inserimento di elementi romanzati.
Si prende la scena l’amore tra Luigi e Virette: quanta fiction c’è in questo amore profondo? «Molto se non tutto. Dal diario ho scoperto che durante il fascismo i due si erano lasciati. Lei, si legge, sosteneva che tutti i fascisti dovessero finire in galera. Luigi scrive: ‘Se è così allora la nostra storia finirà’. E la storia effettivamente si interrompe per un po’. Ho conosciuto Virette personalmente: quello che io scrivo è il frutto di qualcosa che ho visto coi miei occhi combinato con l’idea di come potesse essere andata la loro storia». In “Domani sarà tardi” lei menziona dei libri, con riferimenti a Deledda, Dumas, Manzoni e soprattutto London. Sono i libri di Luigi Contu lo zio o di Luigi Contu l’autore? «Martin Eden di London è il primo libro che mi ha letto mia nonna. Un libro che amo moltissimo, cui sono legatissimo e al quale ho voluto tributare un omaggio. Ma è anche il libro di Luigi lo zio. Ne aveva una copia a casa. Mi sembrava per altro un testo molto coerente coi personaggi di Rafaele e Luigi, due grandi battaglieri che non si arrendono mai». Lei cita in apertura Liliana Segre, una figura che nonostante il peso del proprio passato riesce in Italia ad essere divisiva.
Perché? «Per me Segre è il simbolo di una persona che nonostante ciò che ha subito non ha mai odiato. Una donna che nonostante il suo messaggio antifascista chiaro e limpido viene invece odiata per motivi che niente hanno a che fare con quello. La storia non va strapazzata con l’attualità. Va vista com’è. È il simbolo dell’orrore che abbiamo vissuto, coraggiosamente e intelligentemente senza covare rancore. E invece quel rancore è rimasto e, peggio, tramandato alle nuove generazioni che usano stereotipi senza neppure indagarne il senso».
